In diretta su Radio Jobel il racconto del missionario colombiano Padre Jairo Franco


Padre Jairo Franco, dei Missionari Saveriani, da 16 anni presta il suo servizio in Kenia. Ospite a “Preti in radio” su Radio Jobel, lo abbiamo intervistato. Padre Jairo si è raccontato, ha raccontato la propria vocazione, il proprio cammino verso il sacerdozio. Dalla Colombia all’Africa, raggiungendo due periferie esistenziali. Ora, sostenuto dall’Ong Moci di Cosenza e dall’Ufficio Missionario diocesano attraverso la campagna nazionale della Focsiv “Abbiamo riso per una cosa seria”, sta realizzando un progetto legato alla costruzione di alcuni spazi di un seminario alle porte di Nairobi.

Prima di entrare nel vivo dei progetti che portate avanti in Kenya parlaci della tua esperienza vocazionale.

Fin da bambino ho sentito la chiamata a seguire Gesù. Sono stato in intimità con lui molto tempo e mi sento davvero fortunato per questo. La mia chiamata nasce già da uno spirito di servizio che sembrava quasi innato in me. Fu all’età di sette anni che, sostituendo mio fratello nelle quotidiane faccende domestiche, ho assaporato la bellezza di fare qualcosa per gli altri. È stato come un piccolo seme che il Signore ha messo nella mia vita… il frutto è che oggi sono diventato sacerdote.

Sacerdozio che nei primi anni si svolse in Colombia?

Fui ordinato sacerdote nel 1992 e andai subito come assistente di un parroco in una parrocchia di montagna. Quei posti, quelle persone, furono il mio primo amore. Fu allora che il vescovo mi chiamò a servire nel seminario maggiore e proprio in quel periodo iniziai a sentire il desiderio di missione. Il desiderio di andare in Africa.

Perchè dal sud America missionario in Africa?

Lo Spirito spesso ci guida, ci spinge ad andare oltre, al di là dei problemi che vediamo vicino a noi, al di là del nostro orticello. Ci porta lontani, alle periferie, non importa quanto lontane da noi.

Quindi un cammino frutto di un percorso preparato dal Signore?

Dio prepara tutti i momenti della nostra vita. Spesso mi domandavo il perchè dei mie studi, il perchè dell’esperienza in Italia. Quando poi mi trovai a vivere le situazioni da missionario tutto divenne chiaro.

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Sei in Kena da 16 anni. Come riassumere la tua lunga esperienza?

I primi dodici anni sono stato tra i Samburu, dove conobbi un vescovo italiano. Lavorare con lui è stata una bellissima esperienza. Un uomo di Dio e della gente. Con lui ci siamo addentrati nel cuore di questo popolo. Con lui ho sperimentato il passo del Vangelo “andate, io sarò con voi”. Lingua diversa, modi di fare diversi, cultura diversa. Mi chiedevo: Come far capire l’amore di Gesù? Come far capire che siamo parte della Chiesa? Lì capisci che non è opera tua, ma opera dello Spirito.

Sicuramente hai donato tanto in questa lunga esperienza. Cosa ti porti dietro?

Sono ancora in cammino. Sento, però, che devo fare ancora tanto. Ma la cosa che ho capito è che non si tratta solo di dare, ma anche di saper accogliere l’amore che ti viene donato. Questo mi fu chiaro quando fui costretto a letto per quattro mesi per la rottura di una gamba. Fu davvero tanta la gente che venne a trovarmi dimostrandomi affetto sincero. Lì capii che la missione non è solo dare, ma è importante anche imparare a ricevere.

Quindi la scoperta di una Chiesa impegnata a dare e a ricevere?

Si fanno davvero tante cose, per i bambini, per gli ammalati, per gli ultimi. Ma il mandato è unico. È quello di battezzare, di far sentire che tutti sono amati, benvenuti, inclusi. L’acqua è un segno dell’amore che è stato riversato nel grembo della madre Chiesa. Andare in missione significa immergere tutti in questo amore di Dio. Noi non dobbiamo convincere nessuno o fare proselitismo, ma far sentire a tutti questo amore.

Amore che però si fa presente anche attraverso le opere?

Sì, perchè uno degli aspetti della Chiesa missionaria è proprio quello di portare sostegno e aiuto. Quante suore che aiutano i bambini, missionari che curano le persone affette dall’Aids e accolgono gli orfani. Una Chiesa, quindi, che fa da papà e da mamma per tante persone.

Proprio per questo, grazie al sostegno del Mo.Ci attraverso la campagna “Abbiamo riso per una cosa seria”, state portando avanti un progetto a sostegno di un seminario alla porte di Nairobi?

La cosa seria di questo progetto è la formazione di ventiquattro seminaristi provenienti da alcuni paesi dell’Africa.

Noi siamo tra le baraccopoli di Nairobi ed è fondamentale stare lì perchè vogliamo stare vicino alla gente che serviamo. I ragazzi studiano ma conducono una vita di servizio e carità.

Abbiamo bisogno di più spazio, perchè tanti vorrebbero diventare missionari ma non abbiamo un posto dove ospitarli. In aggiunta a questo vorremo creare un’area dove coltivare la terra e allevare degli animali. Vogliamo mettere in piedi un meccanismo virtuoso per sostenere i nostri giovani e avere la possibilità di accoglierne altri. Così abbiamo chiesto aiuto al Moci – da diversi anni impegnato con diversi progetti in Kenya grazie anche al missionario fidei donum don Battista Cimino con il quale siamo diventati molto amici – per realizzare questo progetto che ci darà la possibilità di autosostenerci.

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